Non è costituzionalmente illegittimo escludere i condannati per reati ostativi dalle pene sostitutive, ma l’esecuzione delle pene detentive deve essere conforme ai principi di rieducazione e di umanità imposti dalla Costituzione.
Pene sostitutive e reati ostativi: cosa ha deciso la Corte costituzionale
Con la sentenza n. 29 luglio 2025, n. 139, la Corte costituzionale è tornata a pronunciarsi su un tema centrale della riforma Cartabia: l’accesso alle pene sostitutive per i condannati a pene detentive brevi.
La questione nasceva da due processi per reati di violenza sessuale, in cui le pene inflitte non superavano i quattro anni di reclusione ad imputati infra ventunenni. In astratto, dunque, sarebbe stato possibile applicare una misura alternativa alla detenzione. Tuttavia, l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario – che elenca i cosiddetti “reati ostativi” – impedisce questa possibilità per i reati più gravi, tra cui quelli in esame. Il GUP e la Corte di Appello di Firenze avevano sollevato dubbi di costituzionalità, sostenendo che tale preclusione potesse violare i principi di uguaglianza e di finalità rieducativa della pena.
La risposta della Corte
La Corte ha chiarito che non è incostituzionale escludere i condannati per reati ostativi dalle pene sostitutive in quanto la relativa applicazione rientra nella discrezionalità del legislatore. In altre parole, il Parlamento può decidere che reati di particolare gravità – caratterizzati da un forte allarme sociale – non possano beneficiare di pene alternative.
La Corte ha però ribadito un punto fondamentale: anche chi è condannato per reati ostativi deve scontare la pena in condizioni rispettose della dignità umana e tali da rendere comunque possibile un percorso di reinserimento.
In sintesi, la sentenza conferma la legittimità delle scelte del legislatore, ma richiama con forza lo Stato a garantire che la detenzione non perda mai la sua funzione rieducativa.
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